Il recente appuntamento di Diciassette & Trenta Classica ha visto salire, sul palcoscenico del Teatro Diana di Napoli, il pianista Antonello Cannavale ed il violinista Alberto Maria Ruta, direttori artistici della rassegna, insieme al violoncellista Vittorio Ceccanti. Il programma si è aperto con il Trio in mi maggiore Hob XV n. 28 di Franz Joseph Haydn, scritto nel 1794 durante il suo secondo soggiorno a Londra e appartenente ad un terzetto dedicato a Therese Jansen, pianista londinese allieva di Clementi, che comprendeva anche il Trio n. 27 in do maggiore ed il Trio n. 29 in mi bemolle maggiore. Come, e forse più che nella produzione cameristica giovanile, l’autore austriaco affidò al pianoforte un ruolo preponderante e ancora oggi questi trii, a dispetto della loro leggerezza, rappresentano un duro banco di prova anche per solisti affermati.
Con il successivo Phantasiestücke, op. 88 che, per la sua struttura e complessità, spesso viene definito come Trio per violino, violoncello e pianoforte in la minore, siamo entrati nell’universo di Robert Schumann. Risalente al 1842, appartiene ad uno dei momenti sicuramente più felici della vita del compositore tedesco, ancora sull’onda lunga della positiva conclusione della sua relazione con Clara Wieck, culminata nel matrimonio avvenuto due anni prima. E, in effetti, la composizione oscilla fra momenti di felicità e passaggi di estremo romanticismo, abbastanza lontani dagli impeti dei lavori giovanili, dettati dagli stati d’animo contrastanti, o dai tristi presagi che contraddistinguono buona parte della produzione dell’ultimo periodo.
Dopo un breve intervallo, è stata la volta del Trio in mi minore, op. 67 di Dmitri Shostakovich, completato nel 1944.
Numerosi i motivi di interesse di questo brano di grande suggestione, a cominciare dalla dedica alla memoria dell’amico musicologo Ivan Sollertinsky, morto prematuramente nel febbraio dello stesso anno. Inoltre, per la prima volta, Shostakovich utilizzò in un suo pezzo una melodia ebraica come motivo conduttore, in ricordo delle vittime dell’Olocausto, che solo all’indomani della liberazione da parte delle truppe alleate, cominciava ad assumere contorni ben precisi. Veniamo quindi agli interpreti, per ricordare innanzitutto la notevole esperienza acquisita in campo cameristico dai tre, con Antonello Cannavale e Alberto Maria Ruta che hanno sovente suonato insieme. Questa frequentazione rappresenta sicuramente una buona base di partenza, ma per raggiungere un risultato di alto livello come quello del concerto al quale abbiamo assistito, buono nella prima parte ed eccezionale nella seconda, sono necessari anche la bravura dei singoli e la loro elevata capacità di interagire in modo equilibrato.
Pubblico abbastanza numeroso, e anche malaticcio, a giudicare dai continui colpi di tosse intervallatisi alle note, che è rimasto abbastanza spiazzato dalle sonorità “moderne” di Shostakovich (e non approfondiamo oltre, perché il discorso sui frequentatori di concerti a Napoli meriterebbe uno scritto a parte), rianimandosi soltanto grazie all’Andante con moto dal Trio n. 1 in re minore, op. 49 di Mendelssohn, eseguito come raffinato bis.