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Il penultimo appuntamento di “Diciassette & Trenta Classica”, rassegna la cui direzione artistica è affidata ad Antonello Cannavale e Alberto Maria Ruta, ha visto salire sul palco del Teatro Diana di Napoli il duo formato da Gisella Gori e Fabrizio Giovannelli.Al centro del concerto il repertorio per pianoforte a quattro mani, appartenente ad un genere molto in auge nel Settecento e nell’Ottocento (come ha spiegato anche il maestro Giovannelli nella sua breve introduzione), nato con il duplice scopo di intrattenimento salottiero, che poteva favorire pure incontri “ravvicinati” fra gli esecutori, e di divulgazione, in quanto spesso i pezzi trascritti per il pianoforte appartenevano ai motivi operistici più in voga del momento.
Il duo ha proposto, invece, tre brani scritti a cavallo fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, con l’apertura rivolta alla Petite Suite, brano giovanile di Debussy, che in seguito avrebbe conosciuto una trascrizione per orchestra ad opera di Paul-Henri Büsser. Nei suoi quattro movimenti, la suite contiene echi di danze antiche e venne eseguito per la prima volta nel 1889 dall’autore in persona, insieme a Jacques Durand, figlio dell’editore che ne era stato anche il committente. Pure i successivi Six Morceaux, op. 11 (1894), rappresentavano un lavoro giovanile, in questo caso di Sergej Rachmaninov, suddiviso appunto in sei parti, culminanti nel suggestivo “Slava” (Gloria), appartenente alla antica tradizione liturgica ortodossa, il cui motivo era stato utilizzato anche da Mussorgsky nel “Boris Godunov”. Indubbiamente il brano più atteso dell’intero programma, eseguito nella seconda parte, era la trascrizione per pianoforte a quattro mani de “Le Sacre du Printemps” di Stravinskij. Concepito dall’autore nel 1913, parallelamente al celeberrimo balletto, aveva lo scopo di accompagnare i danzatori durante le prove. Data la sua estrema complessità, l’autore si rese conto che un solo esecutore non sarebbe bastato, decidendo quindi di suddividere la partitura fra due pianisti, in modo da ricreare quanto più fedelmente possibile le sonorità della composizione orchestrale di partenza. Confrontatosi con questo repertorio dalle crescenti difficoltà, Gisella Gori e Fabrizio Giovannelli, che fanno coppia anche nella vita, hanno evidenziato una estrema bravura, grande raffinatezza e ottimo affiatamento (ed una discreta dose di temerarietà per quanto proposto nel secondo tempo). Soprattutto il monumentale pezzo di Stravinskij è stato eseguito in modo impeccabile e molto particolare, cercando di non porre l’accento in modo ossessivo sulle numerose asperità che lo contraddistinguono, ansi cercando di smussarle, senza con questo snaturare un brano che rappresenta una pietra miliare della musica del Novecento. Pubblico numeroso, che ha molto gradito il primo tempo, un po’ meno il secondo (con qualche fuga e diversi borbottii). Ci sarebbe da disquisire a lungo riguardo al perché, a quasi un secolo di distanza dalla sua creazione, il brano di Stravinskij abbia ancora un impatto così devastante su una discreta fascia di spettatori (che si dimostrano prevenuti e dotati di una scarsissima elasticità mentale). Non è comunque questa la sede per approfondire l'argomento, per cui ci limitiamo a segnalare il prossimo e conclusivo appuntamento con la rassegna del Teatro Diana, previsto per il prossimo 13 maggio, che ospiterà alcuni musicisti giovani e moto promettenti.
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