Anna Bolena alla Wiener Staatsoper, o della modernità interpretativa
Scritto da gianguido mussomeli   
Mercoledì 06 Aprile 2011 12:22

 

Avrei potuto scrivere della tanto mediaticamente pubblicizzata Anna Bolena viennese già dopo l´ascolto della diretta radiofonica, perchè tutto quel che c´era da capire si era già capito. Ho voluto però attendere la trasmissione televisiva su ARTE, per verificare e aggiungere alcune considerazioni che coinvolgono i criteri di base su cui è stata impostata la produzione e i motivi del suo clamoroso fallimento interpretativo.
Partiamo dalle premesse. Negli ultimi anni ho letto, sulla stampa e in rete, paginate chilometriche nelle quali ci veniva spiegato che l´opera e cambiata, che non si può più cantare come si faceva una volta, che oggi ai cantanti sono richiesti altri requisiti interpretativi e via sprecando fiumi di parole.
Bene, volendo prendere per buono tutto questo, viene spontaneo dire che questa produzione sbugiarda clamorosamente tutti quelli che scrivono quanto accennato sopra, perchè lo spettacolo, lasciando da parte per un attimo i difetti dell´esecuzione, puzzava terribilmente di vecchio.
Quel che abbiamo visto e sentito, infatti, era un allestimento fatto esattamente come usava negli anni Quaranta del secolo scorso: partitura massacrata dai tagli, regia ridotta a un semplice concerto in costume, esteticamente poi nemmeno tanto godibile, direzione orchestrale che si limitava ad accompagnare i cantanti e ad assecondare i loro vizi e vezzi, senza provare nemmeno per un momento a prendere in mano la concezione generale dello spettacolo o almeno a inserirsi nel discorso interpretativo.
Sarebbe questo il nuovo modo di fare l´opera? Ha senso, nel 2011, mettere in scena un´opera come Anna Bolena falcidiando la partitura e semplificando tutti i passi ostici? Non si era sempre detto,e con tanto spreco di parole, che la nostra epoca si caratterizza per lo scrupolo filologico e il rispetto della volontà dell´autore? Non si legge sempre che oggi abbiamo cantanti dotati di un carisma scenico in precedenza sconosciuto? E come si concilia questa affermazione con quanto abbiamo visto e sentito in questa messinscena?
Sinceramente, tutto ciò che si vedeva nella regia di Eric Genovese era un allestimento buono per un teatro di provincia, con scene spoglie e brutte, costumi generici e tali da dare la netta impressione che ogni cantante se ne fosse portato da casa uno vecchio che aveva, e alcune trovatine registiche francamente imbarazzanti. L´inizio dell´opera, con Enrico intento a consumare una sveltina con Giovanna Seymour e Anna Bolena che passeggia in camicia da notte come Lucia di Lammermoor al terzo atto, oppure la scena finale, con l´immancabile bambina e Anna che si tira sulla testa un pezzo di stoffa rosso per simboleggiare la decapitazione, sono da ricordare come esempi irresistibili di comicità involontaria. Cose che accadono regolarmente, quando i registi d´opera sono presi dalla fregola di fare gli originali a tutti i costi. Nessuna atmosfera di evocazione storica, nessuna concezione generale dell´allestimento. Solo un gruppo di cantanti vestiti con scialbi costumi d´epoca, che si trascinavano per la scena con una goffaggine a tratti imbarazzante. Siamo d´accordo nel condannare le libertà che si prendono i registi d´avanguardia ma, se questo è il modo di condurre un allestimento di tipo tradizionale, sinceramente non so davvero cosa preferire.
Per quanto riguarda la parte musicale, veniamo ora a qualche considerazione un po´più dettagliata. Donizetti scrisse l´opera per una compagnia di autentici assi come Giuditta Pasta, Giovanni Battista Rubini e Filippo Galli, e si comportò di conseguenza nel tratteggiare una vocalità ricca di passi esecutivamente assai difficili.
Il cast scelto per questa produzione, formato da alcuni di quelli che sono unanimemente ritenuti tra i più grandi cantanti del nostro tempo, ha semplicemente ignorato il problema, tagliando e semplificando tutto quanto non era nelle possibilità vocali dei vari elementi e sfigurando letteralmente la partitura. Lo dico ancora una volta, a costo di ripetermi: questo andava bene fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, quando il concetto di fedeltà filologica era ancora da venire e si riteneva che le partiture andassero facilitate per adattarle al gusto del pubblico. Oggi tutto questo non si può più accettare. Se si decide di allestire un´opera come la Bolena in un grande teatro internazionale, l´esecuzione deve almeno provare a rispettare il più possibile quanto previsto dall´autore. L´opera è ritenuta lunga e noiosa? Benissimo, allora si faccia a meno di eseguirla piuttosto che avventurarsi in questo tipo di operazioni.
Anna Netrebko, dopo le prove belcantistiche poco felici come Elvira e Lucia al Met, ha dimostrato anche in questa occasione la sua assoluta estraneità a questo tipo di repertorio. La voce è sempre di bel timbro, ma tirata negli estremi acuti e con le note basse gonfiate alla maniera dei soprani veristi anteguerra. La coloratura è praticamente inesistente anche dopo le pesanti semplificazioni di cui sopra, a causa di carenze tecniche mai colmate nel corso degli anni e l´intonazione, soprattutto nella prima radiofonica, è apparsa spesso precaria. Nessuna idea interpretativa e di fraseggio, nessun accento tragico e una concezione generale dimessa e generica. La recitazione, tanto magnificata da qualcuno, è manierata e statica. Più che una regina inglese del XVI secolo, la cantante russa sembrava al massimo una grisette agghindata per un ballo in costume.
Elina Garanca è sembrata l´unico elemento del cast ad avere qualche idea di cosa fosse un portamento regale, e anche sotto il profilo vocale la sua Giovanna Seymour è apparsa più convicente. Del resto, il mezzosoprano lettone ha già eseguito la parte numerose volte. La voce però è timbricamente poco convincente e il fraseggio è inerte a causa di un´accentazione assai moscia e poco curata. Anche per lei, da notare molte durezze nel registro acuto e scarsità di colori vocali.
Il tenore genovese Francesco Meli impersonava un Percy che a causa dei tagli ha perduto completamente le caratteristiche della grande parte immaginate da Donizetti. Nonostante questo, la voce è apparsa spesso stimbrata e sotto tensione nel registro di passaggio (purtroppo Donizetti insisteva molto su questo settore della voce tenorile, quando scriveva per Rubini) e il cantante è apparso in più punti in chiara difficoltà e anche lui con pesanti incertezze di intonazione, soprattutto nei brani d´insieme.
Ildebrando D´Arcangelo impersonava Enrico VIII, stravolgendo il carattere originale del personaggio e facendone, invece di un sovrano, il solito tiranno da melodramma che urla e sbraita in continuazione. Nessuna regalità e nessuna autorevolezza nel suo fraseggio, oltre a una voce scurita artificiosamente e nonostante questo fioca e sorda nei suoni estremi.
Liquidiamo in due righe Elizabeth Kulman, chiamata ad affrontare la tessitura contraltile del paggio Smeton senza possedere un registro grave decente, e veniamo alla direzione orchestrale. Evelino Pidò, come ho già detto, ha completamente abdicato al ruolo del concertatore limitandosi a un accompagnamento orchestrale generico, privo di una concezione d´insieme e oltretutto terribilmente lento e senza il minimo senso della struttura complessiva. Mai il maestro torinese ha provato a suggerire qualche idea o ad inserirsi nel discorso interpretativo di insieme. Solo un seguire passivamente i cantanti assecondandoli anche nei vezzi meno accettabili come le prese di fiato abusive (la Netrebko in particolare) e i patteggiamenti ritmici. Che cosa diventava la scena finale, con un´orchestra così imbambolata e inerte, è qualcosa di difficile da rendere a parole. Una prova a livello dei routiniers di altre epoche come Sabajno, Bellezza o Santini i quali però almeno possedevano un certo senso del teatro e la capacità di dare un senso generale ad un´esecuzione.
Bene, questo era uno spettacolo condotto secondo i criteri interpretativi moderni, a sentire qualcuno.
Sarebbero questi, gli interpreti che avrebbero rinnovato il modo di eseguire l´opera e che avrebbero cancellato i cantanti storici?
E allora, per concludere, non vi nascondo che, se questa è l´opera "moderna", io mi tengo quella vecchia senza rimpianti.

 

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