La Damnation de Faust alla Staatsoper Stuttgart
Venerdì 04 Novembre 2011 00:00

damnation_stuttgart

Dopo le consuete riprese di repertorio, la stagione alla Staatsoper Stuttgart ha avuto ufficialmente inizio con la nuova produzione de La Damnation de Faust di Hector Berlioz, uno dei capolavori del teatro musicale romantico. Con questa produzione ha fatto il suo esordio alla Sttatsoper Andrea Moses, regista originaria di Dresda, che nella nuova gestione dell' Intendänt Jossi Wieler ha assunto il ruolo di responsabile dei progetti di regia. 
Il testo della composizione, come si sa, è basato sulla traduzione francese del poema di Goethe effettuata da Gerard de Nerval, ma la vicenda si discosta in parecchi punti dall' originale goethiano in quanto Berlioz utilizzò nella stesura del libretto anche altre versioni della vicenda di Faust, come ad esempio quella di Cristopher Marlowe, per fare del mito di Faust una sorta di autoritratto musicale. Il risultato è un qualcosa di ibrido tra l' oratorio e l' opera lirica propriamente detta, un testo che costituisce una sfida impegnativa per il regista, che deve trovare il modo di dare unità drammaturgica a una vicenda fortemente frammentaria nella narrazione, di carattere continuamente in bilico tra l' umano e il soprannaturale.
Come ci si poteva aspettare, nella sua messinscena Andrea Moses ha scelto la strada dell' attualizzazione della trama, secondo lo stile di quel Regietheater che qui in Germania ormai sembra diventato l' unico modo possibile di impostare un allestimento operistico.
Inutile farsi illusioni, la situazione non sembra destinata a cambiare tanto presto. Semplicemente, per i registi tedeschi non esistono soluzioni alternative.
Vediamo dunque come la Moses ha scelto di narrare la vicenda in questo allestimento, basato sulle scene e costumi ideati da Christian Wiehle. Nella sua concezione, Faust è un artista contemporaneo sempre in cerca di indagare la realtà a caccia di nuove ispirazioni. Armato di una videocamera, si intrufola in una festa di matrimonio Rom, che viene interrotta da un gruppo di picchiatori in uniforme i quali, al suono della celebre Marcia Rackozy, distruggono il campo degli zingari. Deluso da questa e dalle precedenti esperienze, Faust torna a casa e vorrebbe porre fine alla sua vita col veleno. Appare Méphistophèlés, una sorta di showman accompagnato da una piacente mora in tailleur e tacchi alti, che cerca di distrarre l' artista dai suoi insani propositi proponendogli una serie di nuove esperienze. Dapprima lo conduce nel circolo ricreativo dei picchiatori in uniforme ma, visto che Faust sembra sempre più deluso dalla realtà, decide di indagare nel suo cervello attraverso una serie di esperimenti psichedelici a base di droghe. Ne viene fuori l' immagine di una creatura femminile, Marguerite, che scopriamo essere la segretaria di Méphistophèlés. La ragazza inizia un flirt con Faust ed entrambi sembrano aver trovato la pace in una sorta di idillio borghese Biedermeier. Il demonio, vedendo che la situazione rischia di sfuggirgli di mano, fa intervenire di nuovo i picchiatori in veste di vicinato borghese che separano la coppia e, già che ci sono, danno anche una ripassata alla ragazza, che non gradisce il servizio.
Mentre Faust cerca di ritrovare la serenità interiore dedicandosi allo yoga, Méphistophèlés arriva per annunciargli che Marguerite ha ucciso la madre ed è stata condannata a morte. Il demonio promette di salvarla se Faust diventerà suo servo. Con la psiche ormai duramente provata da tante vicissitudini, l' artista accetta e Méphistophèlés lo conduce definitivamante alla follia, aiutandosi ancora con gli stupefacenti e corona il suo trionfo facendogli assistere alla santificazione di Marguerite, che appare vestita come la Madonna in una sorta di edicola votiva, mentre il demonio sotto le sembianze del Papa la benedice.
Questa è la storia che ho visto svolgersi sulla scena. Un bel pezzo di teatro, indubbiamente ben recitato e messo in scena, purtroppo col difetto di andare irrimediabilmente contro le ragioni musicali e drammatiche della partitura di Berlioz. Attualizzare e banalizzare la vicenda in questo modo significa non tenere minimamente in conto il carattere visionario, fantastico, tra sogno e realtà che è un aspetto caratteristico e imprescindibile di questa musica. E poi, credo sia venuto il momento di affermare chiaramente che questo tipo di teatro vorrebbe essere innovativo ma è in realtà è vecchio. fatto di luoghi comuni che si ripropongono in continuazione da un allestimento all' altro, si tratti di Berlioz piuttosto che di Monteverdi, Verdi o Mussorgsky. I cambi di costume a scena aperta si vedevano già ai tempi di Erwin Piscator. I personaggi che esprimono la frenesia e il turbamento togliendosi gli abiti, gli amanti che mimano l' atto sessuale durante un duetto d' amore, la trasfigurazione espressa dalla caricatura di una cerimonia cattolica, sono cose viste e straviste in tutte le salse.
È il destino inevitabile di un' avanguardia che, assunta una posizione di predominio nel mondo teatrale, si è imborghesita e divenuta luogo comune.
Con tutto ciò, non era uno spettacolo del tutto inguardabile. Sulle scene tedesche, capita di vedere di peggio. Per rendere la serata gradevole, però, ci sarebbe voluta un' esecuzione musicale di alto livello, che in questo caso non c' era.
Kwamé Ryan, nato in Canada, cresciuto a Trinidad e formatosi musicalmente in Inghilterra, è indubbiamente un direttore preparato e sicuro, e la sua lettura è stata di buon livello, grazie alla splendida prestazione dell' orchestra e dei cori, preparati da Michael Alber e Johannes Knecht. Ma in questo caso aveva a che fare con una partitura che al direttore richiede fantasia interpretativa e grandissime doti coloristiche. Buona la Marcia Rackozy, ben condotte tutte le scene corali, ma il Menuet des Follets e il Chor de Sylphes sono sembrati superficiali e carenti di eleganza, e anche nel Pandoemonium e nella scena finale le tinte orchestrali erano abbastanza generiche.
Luci ed ombre anche per quanto riguarda la prova della compagnia di canto. La migliore in campo mi è sembrata Maria Riccarda Wesseling, mezzosoprano svizzero, che ha dato un buon rilievo al ruolo di Marguerite, con un fraseggio pertinente e discretamente vario, nonostante qualche suono grave forzato e un settore acuto non esente da fissità. Méphistophèlés era il basso-baritono inglese Robert Hayward, cantante di lunga carriera, autorevole nella presenza vocale anche se le note acute presentano un evidente logorio dovuto ai molti anni di attività. Purtroppo, per interpretare in modo efficace brani come "Voici des roses" servirebbero un controllo tecnico e una padronanza delle mezzevoci che questo cantante ha dimostrato di non possedere assolutamente. L' impostazione generale del personaggio mi è parsa troppo caricata, ma a parziale scusa del cantante da questo punto di vista, ho il fondato sospetto che la regia ci abbia messo parecchio del suo, in questa concezione sempre sopra le righe. Il tenore ceco Pavel Cernoch è stato un Faust del tutto privo di eleganza, di purezza di linea e di sfumature, per colpa di vistose carenze tecniche nel controllo della zona di passaggio, il cui risultato sono sistematiche strozzature ogni volta che la voce è impegnata nella zona tra il mi e il sol. Il do diesis del duetto d' amore si è risolto in un falsettino pallido, esangue e stimbrato ed è mancata completamente la capacità di dominare la tessitura impegnativa di "Nature immense". Discreta la prova di Mark Munkittrick come Brander, annche qui però con una impostazione intepretativa completamente svisata, da basso buffo, nell' aria.
Grande successo alla fine, con applausi per tutti, ma anche un discreto numero di dissensi alla regia. 
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