Don Giovanni alla Scala
Scritto da gianguido mussomeli   
Mercoledì 14 Dicembre 2011 12:52

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Appena terminato il Don Giovanni che ha inaugurato la stagione della Scala,  stavo seriamente prendendo in considerazione l' idea di una recensione fatta solo di nove parole:

MI DISPIACE NON HO ABBASTANZA VOCABOLI PER INSULTARVI ADEGUATAMENTE !

Sinceramente parlando, ogni ulteriore commento mi pareva superfluo ed è solo per non essere accusato di disfattismo gratuito che mi sono deciso ad aggiungere qualche ulteriore considerazione.

 

Robert Carsen, regista canadese considerato uno dei capiscuola della messinscena lirica attuale, ha allestito uno spettacolo esteticamente di una bruttezza rara, con una recitazione caricata, sempre sopra le righe e infarcita di tutti i luoghi comuni tipici di un’ avanguardia che ormai si è istituzionalizzata e ha completamente perso la sua carica innovativa iniziale per ridursi a uno stracco ricalco di luoghi comuni e cose viste e riviste decine di volte. I cantanti che recitano davanti al sipario chiuso, appaiono dai palchi e passeggiano per la platea, le luci di sbieco, le scene minimaliste, i soliti costumi anni Trenta buoni per qualsiasi titolo, si tratti di Mozart piuttosto che di Händel, Verdi, Wagner o Berg, la scenografia fatta di specchi, il tutto a formare uno spettacolo che non trova mai il ritmo narrativo e presenta anche diverse cadute di gusto molto pacchiane, culminanti nell’ immancabile donna nuda al secondo atto, una cosa che ormai nessun regista vuol farsi mancare, se appena il testo ne consente l’ inserimento. Insomma, un Don Giovanni confuso consumatore di sesso, feste e superalcolici, a cui mancava solo di sniffare un poco, e magari tirare fuori ed esibire scatole di Viagra. Ma poi parliamoci chiaro:  che ha allestito Carsen? Un divanetto c’ era! Mi è venuto in mente il conte Mascetti di “Amici miei” con la sua casa “uso giapponese”.
L’ unico espediente registico (involontariamente) azzeccato è stato collocare la “statua gentilissima” tra il  presidente Napolitano  e il premier Mario Monti, così che il “Di rider finirai pria dell’ aurora” è divenuto un messaggio alla nazione…

 

A completare la deliberata distruzione del capolavoro di Mozart, ha degnamente concorso la direzione di Daniel Barenboim, stracca, pesante, lutulenta nelle sonorità e assolutamente priva di coerenza nei tempi e di continuità narrativa, oltre che ricca di marchiani svarioni tecnici nei due finali.

Il Finale primo, con la complessa architettura musicale in cui Mozart impiega tre orchestre in scena, è da sempre un banco di prova decisivo per dimostrare il successo o il fallimento di un concertatore; in questo caso si evidenzia clamorosamente il fallimento di un tizio che non concerta e nemmeno dirige.

Non parliamo poi del vasto campionario di smorfie, cachinni e lazzi di cui erano infarciti i recitativi, perchè in questo caso ho il più che fondato sospetto che Mr. Carsen ci abbia messo parecchio del suo.

La compagnia di canto era formata col metodo alberghiero degli ospiti di riguardo, e come al solito abbiamo sentito cantanti che, nonostante il clamore mediatico da cui sono circondati, dimostrano paurose lacune nella loro preparazione professionale.

Discreto il protagonista di Peter Mattei, baritono lirico dalla voce gradevole ma in molti punti poco autorevole, melenso e caricato nei recitativi, carente di quel fascino vocale e scenico che il protagonista dell’ opera deve assolutamente possedere e privo di vero mordente vocale nei due finali d’ atto. Deludentissimo il Commendatore del basso coreano Kwangchul Youn, la migliore voce wagneriana del momento, che però non riesce a trovare efficacia nel repertorio italiano, dove il settore acuto accusa durezze e incertezze.

Bryn Terfel, come Leporello, ha messo in mostra una voce usurata, dura e priva di smalto e un fraseggio caricato e pieno di volgarità e sguaiataggini. Indescrivibile, poi, la prestazione di Giuseppe Filianoti nel ruolo di Don Ottavio, affrontato con una voce fissa, dura, fiati corti, note acute precarie e paurosi slittamenti di intonazione. Era stato protestato nel 2008 e là doveva restare. Ritengo sia ancora a cercare la nota persa nelle prime frasi del “Dalla sua pace”, visto che poi in tutto il corso della recita non ne ha più trovata una.

Veniamo al settore femminile, cominciando dalla Donna Anna della super diva Anna Netrebko, cantata con una voce che conserva una bella ampiezza e colore nelle note centrali, ma che sta diventando progressivamente sempre più pesante e poco manovrabile, e un settore acuto ormai intaccato e compromesso, come dimostra il brutto scrocco nel si bemolle del recitativo precedente il Rondò “Non mi dir bell’ idol mio”. Agilità approssimative, legato precario e che spesso si sfilaccia,  frequenti cali di intonazione e il solito fraseggio inerte anche a causa di una dizione confusa, pasticciata e approssimativa, mai corrispondente alla scansione del vero canto all’ italiana.

Barbara Frittoli, nei panni di Elvira, costretta oltretutto dalla regia a recitare sempre in modo sguaiato e sopra le righe, ha esibito un declino vocale sempre più marcato, con un colore che sta diventando senescente e un’ intonazione anche nel suo caso spesso periclitante. Di interpretazione proprio non si può parlare, visto che la cantante milanese è costretta, dall’ inizio alla fine, a lottare letteralmente con le note per venire a capo in qualche modo della parte.

Mediocrissima, infine, la coppia Masetto – Zerlina, con uno Stefan Kocan dalla voce cavernosa e gutturale e Anna Prohaska, sopranino di voce pigolante, stridula e spesso abbondantemente stonata.

Bene, questo è quanto, e devo dire che lo stendere questa nota mi è costato altrettanta fatica che assistere fino in fondo a questo spettacolo di qualità infima. Attualmente, come risulta da questa serata, la Scala è un teatro guidato da una direzione artistica che non possiede la competenza necessaria a  scegliere una compagnia di canto, un direttore e un regista e quindi affida il tutto a qualche ciarlatano o qualche agente importante. Un cast adeguato (magari non eccelso, ma adeguato e dignitoso) si può trovare anche oggi, eccome. Se si ha voglia e competenza per fare audizioni, per cercare. E soprattutto, bisogna avere delle idee. Questo è un teatro immerso in una totale bancarotta intellettuale – pubblico compreso.

 

Possiamo arrivare a capire quasi tutto. Che il regista non capisca niente del Don Giovanni e riesca a non farne capire niente a chi guarda, che la scenografia venga fatta all’ ultimo minuto con mobili Ebay, che i costumi li creino con le sottovesti della nonna e delle tende trovate in loco come Rossella O’ Hara durante la guerra civile, che tutti i cantanti siano sinistrati e che non ci sia stato tempo e modo per protestarli e trovare un nuovo cast – chissà, magari quando li hanno scritturati sembravano potabili – che il direttore sia stanco e stufo e non abbia cercato un attendibile criterio di lettura dell’opera e nemmeno dell’ inno di Mameli.
Quello che mi fa infuriare è che evidentemente questo direttore e questi cantanti non hanno fatto il minimo sforzo per sistemare la concertazione, e chissà cosa facevano durante le prove perché provare, da quel che abbiamo sentito, sicuramente no. E l’ orchestra idem idem, ad ogni passo minimamente complicato ognuno andava col proprio tempo e col proprio tono. Viene spontaneo chiedersi: ma si sono incontrati almeno una volta prima delle prove in costume?

 

Naturalmente, la fabbrichetta meneghina del consenso ha cominciato subito a lavorare a pieno regime e nei prossimi giorni la stampa e il web ci verranno a raccontare del solito trionfo (annunciato da almeno una settimana) per salvare le maestranze, i poveri orchestrali e il Made in Italy.

Io qui non posso che ribadire il mio punto di vista. È stata una serata che ha disonorato il teatro e la lirica per concorso in colpa di cantanti lontani anni luce da una anche minima dignità professionale, di una regia pretenziosa, vuota di contenuto ed esteticamente inguardabile  e di una direzione d’ orchestra inadeguata, perché priva di ispirazione e tesa ad emulare idoli irraggiungibili. Se poi critici e stampa di regime vogliono far credere il contrario si accomodino pure, come hanno sempre fatto in questi ultimi trent’ anni di disinformazione e di menzogne gratuite davanti alla sconcia evidenza dei fatti che parlano da sé.

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