| L' Elisir d' amore al Festspielhaus di Baden Baden |
| Giovedì 31 Maggio 2012 11:43 |
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Successo trionfale al Festspielhaus di Baden Baden per il nuovo allestimento de L’ Elisir d’ amore, imperniato sulla presenta di Rolando Villazon, uno degli elementi più in vista dello star system operistico di oggi, come protagonista e autore della regia. Registrato il successo indiscutibile, restano aperti gli interrogativi che un simile spettacolo pone, riguardo al gusto del pubblico di oggi e alla situazione del teatro lirico. Come soggetto della sua seconda regia operistica dopo il Werther a Lyon, il tenore messicano ha scelto il capolavoro di Donizetti, un titolo da lui molto frequentato sulle scene di tutto il mondo. Naturalmente, trattandosi di una produzione allestita da un teatro tedesco, occorreva la trovata “intelliggente”, e il buon Villazon ha deciso di trasferire l’ ambientazione del testo di Felice Romani sul set di un film western girato all’ epoca del cinema muto. Cosa abbia a che fare questo con l’ idillio campestre di mezzo carattere ideato dagli autori, non chiedetelo a me perchè non vi saprei proprio rispondere. Restando in ambito cinematografico, potrei dire al massimo che questa messinscena, come quasi la totalità delle regie liriche di oggi, sembra prendere le mosse dal titolo di un film di Carlo Verdone, “Famolo strano”…Umorismo a parte, descriviamo per sommi capi come si svolge la vicenda sovrapposta da Villazon a quella di Donizetti. Dulcamara è il regista e protagonista di un film western nel quale i divi Adina e Belcore recitano da protagonisti e Giannetta è la segretaria di produzione. Le riprese vengono scombinate dall’ intervento di Nemorino, amico e segretamente innamorato della diva che lo ha fatto scritturare nel film come comparsa. Dopo che lo sciamano Dulcamara gli ha venduto del bourbon adulterato spacciandolo per un filtro d’ amore, alla fine di tutte le sue peripezie il figurante riesce a farsi amare dalla diva e a convolare a giuste nozze. Il tutto si svolge in un continuo susseguirsi di gags e scenette che non lasciano un attimo di pausa, con la presenza di Fred Astaire, dei fratelli Dalton, di cowboys, sceriffi, giocatori d’ azzardo, ballerine di can can e lavandai cinesi; a un certo punto sulla scena fa capolino addirittura King Kong. Insomma, più che un western l’ atmosfera sembrava quella di Helzapoppin o della scena finale di Blazing saddies di Mel Brooks. Devo comunque essere sincero: non era uno spettacolo sgradevole da guardare se non fosse stato per l’ atmosfera decisamente troppo sovraccarica, col palcoscenico animato da un frenetico moto perpetuo che alla fine risultava stucchevole. Villazon, in pratica, ha in mente l’ atmosfera di musicals ambientati nel Far West come il celeberrimo Annie get you gun di Irving Berlin. Purtroppo, questa concezione annulla completamente l’ elemento lirico e patetico che nalla partitura di Donizetti gioca un ruolo fondamentale e soprattutto svisa completamente il carattere del protagonista, che è un personaggio goffo e sprovveduto ma assolutamente non un clown di mezza tacca. Lo testimoniano le melodie che l’ autore gli mette sulle labbra per evidenziarne la natura di estatico sognatore, che qui andava completamente persa. Il pubblico comunque ha apprezzato il lavoro di regia, del resto condotto in maniera tecnicamente impeccabile e molto curato nei dettagli, questo va detto. Molto belle le scene realizzate da Johannes Leiacker e i costumi di Thibault Vancraenenbroeck, con tutto l’ insieme eccellentemente valorizzato dalle luci create da Davy Cunningham. E veniamo alla parte musicale, iniziando dalla Adina del soprano svedese Miah Persson, decisamente il miglior elemento del cast. Una voce di volume limitato ma morbida, gradevole e anche impostata abbastanza bene fin quando la cantante non oltrepassa il mezzoforte. A piena voce, al contrario, le note alte, in questo ruolo oltretutto non impossibili, risultano forzate e appannate per eccesso di spinta. In ogni caso una buona prestazione e un’ Adina resa in maniera sufficientemente arguta e piccante. Lo stesso si vorrebbe poter dire del Belcore di Roman Trekel, attore molto efficace e disinvolto ma purtroppo mal servito da una voce afflitta da scarsezza di volume, nasale nel timbro, ingolata e poco manovrabile. A confronto col resto del cast, il Dulcamara di Ildebrando D’ Arcangelo spiccava per volume vocale e per un accento indubbiamente molto ricco di verve. Purtroppo la voce del basso-baritono abruzzese appare sempre più ingolata e scurita artificialmente per andare a caccia di un colore scuro decisamente estraneo alla sua autentica natura. Graziosa scenicamente ma vocalmente modesta la Giannetta del giovane soprano svizzero Regula Mühlemann. E dopo aver parlato di Rolando Villazon regista, occupiamoci adesso del tenore. Sappiamo tutti che l’ impostazione tecnica del cantante messicano ha sempre peccato di approssimazione e a questo punto, dopo diversi stop per problemi alle corde vocali, la voce appare decisamente in pessime condizioni. Il suono è ingolato, sbandato tra naso e gola, con un’ intonazione spesso tenuta in riga con sforzo e senza la minima capacità di ammorbidire e smorzare. Assolutamente incredibile l’ attacco di “Una furtiva lagrima”, una nota molto pericolosa perchè posizionata scoperta in piena zona di passaggio, realizzata da Villazon con una paurosa contrazione di gola, tanto che ne è uscito una specie di singulto rauco, di altezza sonora indeterminata. Il legato procede a sbalzi e strappi e la linea di canto in questo modo risulta sciattissima. A questo si aggiunga la caratteristica che per me è sempre stata fastidiosa in Villazon: una recitazione frenetica, con un continuo agitarsi sulla scena in un susseguirsi ininterrotto di sbracciamenti e mosse che trasformano qualunque personaggio da lui incarnato in una sorta di schizoide affiltti da delirio psicomotorio, con un effetto che dopo la prima mezz’ ora diventa assai pesante da sopportare. Sul futuro di un cantante in queste condizioni, qualche anno fa sarei stato pessimista. Oggi molto meno, perchè il pubblico attuale si disinteressa completamente di queste cose. Una star operistica dei nostri giorni non ha assolutamente l’ obbligo di cantar bene, un po’ perchè il pubblico è disposto a perdonare qualsiasi nefandezza vocale ai grandi nomi e un po’ perchè è proprio il gusto degli spettatori che si è pervertito, temo in maniera irreversibile. La gente ha completamente perso la capacità di apprezzare il suono impostato correttamente, vuole sentire la gola e lo sforzo perchè li considera segni di espressività interpretativa. Stando così le cose, vedrete che Villazon andrà tranquillamente avanti a deliziare i fans e il pubblico più incolto, almeno fin quando la voce non cederà in modo definitivo. Resta da parlare della parte orchestrale dello spettacolo, di cui era responsabile il giovane e promettente direttore spagnolo Pablo Heras-Casado, musicista di buon istinto e accompagnatore molto accorto soprattutto nel soccorrere le paurose sbandate vocali del protagonista e nel gestire i tempi, a parte qualche accelerazione incongrua. Purtroppo, in omaggio allo spirito dei nostri tempi, oltre alla regia balzana ci siamo dovuti sorbire anche la presenza del Balthasar Neumann Ensemble, orchestra di stampo filologico, dalle sonorità abbastanza gradevoli e prive delle grattate e dei clangori caratteristici dello stile baroccaro oggi di moda, ma dal suono grigio, monotono negli impasti, senza la minima brillantezza e limitato nelle dinamiche. Per tutta la recita, quello che si sentiva sotto le voci era perlopiù una sorta di monotono ronzìo tipo alveare, di tanto in tanto punteggiato da qualche sussulto sonoro. Decisamente mediocre anche la prova del Balthasar Neumann Chor, dalle sonorità perlopiù sgraziate e fisse e spesso anche abbondantemente stonate nella sezione femminile. In ogni caso, per concludere, il bilancio complessivo della serata può essere considerato positivo. Il pubblico ha apprezzato lo spettacolo e si è divertito, i cantanti e gli aficionados hanno incassato il successo e anch’ io ho ricavato qualcosa di produttivo perchè ho potuto aggiornare la mia personalissima lista intitolata “Se li conosci, li eviti”. Insomma, diciamo che siamo tutti a posto.
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