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L´amico Marco Ninci, già in passato gradito ospite di questo blog, riflette da par suo su alcuni aspetti drammatugici del Don Giovanni. Vale a dire, esso dà vita al fatto che Mozart, a mio parere, non esprime affatto un partito preso in favore di uno fra i due mondi che si contrappongono nell'opera: il mondo di Don Giovanni da una parte e dall'altra il mondo di coloro che volta a volta sono attratti nella sua orbita e da lei si ritraggono, richiamati da uno scrupolo morale incompatibile con l'istitnto erotico proprio del protagonista.Con Leporello a fare da cerniera fra questi due mondi, lui che solo per paura e mediocrità si allontana da Don Giovanni, lui che d'altro canto farebbe ben volentieri quella vita da briccone che ipocritamente rimprovera al proprio compagno di avventure. Un'interpretazione a senso unico di Don Giovanni porterebbe a pensare che questo scrupolo morale sia o retrivo o debole, superato com'è anche storicamente sia dalla licenziosità di costumi propria dell'Ancien Régime sia dal libertinaggio illuminista. In quest'ottica tutti gli altri personaggi verrebbero in qualche modo riassorbiti nella prospettiva appartenente a quel cialtrone di Leporello. Il loro scrupolo morale maschererebbe infatti unicamente il terrore di abbandonarsi ad una passione illecita, con la conseguenza inevitabile di rendere ridicolo Don Ottavio; come può costui pretendere di appellarsi ad una legge morale che è soltanto un sottilissimo velo di ipocrisia, del tutto sordo ai richiami di quell'autorità assoluta che è il Commendatore? Eppure, non mi sembra che le cose stiano proprio così. Penso invece che in Donna Anna, in Donna Elvira, perfino in Zerlina il combattimento fra il richiamo dell'amore lecito e la tentazione di quello illecito sia espressione di una lotta fra due istanze che sono entrambe reali, presenti e forti; e che quindi il timore di Don Ottavio, la sua insistenza, il suo dolore per quello che potrebbe essere avvenuto non siano affatto ridicoli, ma si appellino ad un'esigenza serissima, morale e sentimentale insieme. Ma quello che ho detto non implica che il Don Giovanni sia un'opera in cui appaiono tratti reazionari, reminiscenze stantie di un codice cui appartiene la luce fioca di valori e sentimenti ormai superati. Al contrario. Il Don Giovanni è un'opera modernissima. E questo in una duplice direzione. Da un lato i valori morali di riferimento, lungi dal costituire una ripetizione di archetipi quasi medievali nella loro assolutezza, sono già quelli della borghesia che di lì a poco prenderà il potere; si ricordi a questo proposito la santificazione beethoveniana del matrimonio. D'altro lato la carica vitale del protagonista, uno slancio che sembra travolgere tutto e tutti, preannuncia il romanticismo ed è del tutto incompatibile con le figurine dell'opera napoletana o con gli affetti incarnati in personaggi dell'opera seria. Ma è uno slancio che si arresta, è bene non dimenticarlo, non nella morte che è trasfigurazione d'amore (Wagner), non nell'incendio dei sentimenti che bruciano se stessi nello scontro con un mondo che non può capirli (Verdi), ma nell'incontro con un'autorità cui è estranea la compassione per le debolezze umane. Il finale è proprio questo. Lungi dal costituire una presa in giro delle convenzioni sociali cui obbediscono coloro che sono venuti in contatto con Don Giovanni, è invece un'ultima parola che ribadisce il carattere non convenzionale e anzi tragico di quella morale. Non c'è sbocco pacifico al contrasto fra legge etica ed istinto erotico. Donna Anna, Don Ottavio e Donna Elvira ne avranno il cuore spezzato per sempre. Si salveranno soltanto la sensualità ingenua di Zerlina e Masetto e la cialtroneria di Leporello. E la cosa si spiega: non si tratta di personaggi precisamente kantiani. Con questo si misura l' errore enorme compiuto da Mahler quando tagliava il finale e faceva terminare l'opera con la morte di Don Giovanni. Rendeva omaggio sì alla statura del protagonista, ma toglieva la favella a tutti gli altri, facendone quasi delle proiezioni della vitalità del gentiluomo sivigliano, proiezioni prive di qualunque autonomia. Eppure a una morale non fondata sull'istinto avrebbe dovuto pensare, lui che tanto si era scandalizzato per un innocuo spacco nel vestito di una cantante durante una brappresentazione dei "Racconti di Hoffmann". Di lì a poco Mozart, nel "Così fan tutte", avrebbe presentato quella che era la sua opera meno proiettata nell'Ottocento, quella nella quale ogni sentimento trascolora nell'altro e non c'è nessun codice superiore a frenarlo; l'unica istanza che opera dall'alto è il malinconico sorriso mozartiano, pieno di umana pietà per ogni sentimento che voglia durare e non dura invece lo spazio di un mattino. Ma questa è un'altra storia. Non è un caso che durante tutto l'Ottocento "Così fan tutte" abbia subito un obnubilamento pressoché totale: e sia risorta soprattutto ad opera di Richard Strauss, il poeta dell'ambiguità erotica di "Salome" e " Der Rosenkavalier".
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