Aspetti e Significati Esoterici del Parsifal di Wagner - Saggio sul Parsifal - pagina seconda
Scritto da Andrea Bedetti   
Lunedì 23 Marzo 2009 22:28
Indice
Aspetti e Significati Esoterici del Parsifal di Wagner
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Saggio sul Parsifal - pagina seconda
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Si è spesso detto, quasi sempre a ragione, che nel Parsifal sono presenti simbologie e aspetti che fanno parte della cultura orientale. Buddhista è la leggenda della spada che resta sospesa sul capo dell’eroe, come accade a Parsifal con la lancia di Klingsor alla fine del secondo atto, e la rinascita di Kundry, all’inizio del terzo atto. In effetti, la biblioteca di Wagner a Bayreuth era assai fornita di testi induisti e buddhisti e il musicista di Lipsia non faceva mistero di essere un entusiasta assertore delle teorie filosofiche di Arthur Schopenhauer, improntate su una visione assai vicina alla tradizione orientale. E non è un caso che Wagner avesse intenzione, a un certo punto, di comporre quale ultima opera non il Parsifal, ma Die Sieger (I vincitori), un dramma basato su argomenti buddhisti, come si può appurare da un abbozzo in prosa conservato ancora oggi presso la Biblioteca nazionale di Vienna.
Oltre a questi indubbi elementi, che non restringono, quindi, il campo solo in un ambito cristiano del Parsifal, si può comprendere meglio la ricerca e l’impronta occulta che Wagner cercò di delineare nella sua ultima opera. Non è un mistero, infatti, che il compositore tedesco abbia richiesto, appena arrivato a Bayreuth nel 1872, durante l’elaborazione del libretto del Parsifal, di essere ammesso, in qualità di apprendista, alla loggia massonica Eleusis, una delle più potenti e segrete nella Germania di allora. Wagner, fin dai tempi in cui si era avvicinato al pensiero anarchico di Bakunin, s’interessò favorevolmente ai princìpi massonici, come d’altronde si può costatare in una parte dei suoi scritti. Però, a differenza degli ambienti germanici dei liberi muratori dell’epoca, il compositore di Lipsia non fu mai un ateo radicale. Non credeva nella dimensione divina del Dio cristiano, è vero, ma era affascinato dalla personalità del Cristo, dalle sue idee e dalle sue azioni.
In ciò Wagner si avvicinò molto alle posizioni coeve di Ernest Renan, il filologo e storico delle religioni, conosciuto per le sue tesi eterodosse sulla figura di Gesù. Come lo studioso francese, anche il compositore tedesco vide nella dottrina del figlio di Dio l’atto antropologico di una sofferenza volontaria, accentratrice di tutto il male esistente. La sua opera, la cui bontà non aveva limiti, spronava, sia per Wagner sia per Renan, a identificarsi in lui. In effetti, quello dell’identificazione fu un concetto estremamente importante nella visione del mondo del compositore tedesco. Credere in Gesù, per Wagner, significava cercare di imitarlo, eguagliarlo; sperare la redenzione voleva dire cercare l’unione con lui. Questa identificazione del Cristo si sarebbe potuta avverare attraverso quello che l’autore del Parsifal vedeva nel suo modo di considerare il Cristianesimo: la via più semplice per essere veri cristiani.
 
Parsifal - Redon Odion
 
Ma questa siffatta visione di Gesù veniva continuamente inaridita e stravolta, a detta di Wagner, dalle manipolazioni religiose dell’uomo, dai suoi dogmi e dalle sue imposizioni etiche. Per questo, in termini di “arte totale”, il Parsifal per il compositore tedesco avrebbe dovuto rappresentare e indicare la via corretta per diventare un uomo del Cristo, un suo adepto sulla terra. Una tale raffigurazione “sacrale”, però, libera da ogni vincolo restrittivo, non avrebbe mai potuto affidarsi agli strumenti e alle indicazioni dati dalla Chiesa e dai suoi rappresentanti. Per addentrarsi in questo sentiero “sacro”, si sarebbe dovuto intraprendere, invece, un cammino iniziatico, che sarebbe stato percorso soltanto da pochissimi eletti (i “fanatici” e i “filosofi” di cui aveva detto perspicacemente George Bernard Shaw), gli unici atti a comprendere il vero significato dell’ultima opera wagneriana. Rifiutando la via liturgica e dogmatica, della quale era un feroce denigratore, Wagner volle sostituirla con quella massonica, le cui tappe di apprendimento e di “illuminazione” erano più vicine alla sensibilità e alla Weltanschaaung del musicista di Lipsia.
Ecco perché, nel 1872, Wagner chiese, dunque, di entrare a far parte della loggia Eleusis. La sua richiesta, però, venne quasi subito respinta. Con ogni probabilità, il rifiuto fu causato dal “torbido” passato di Wagner, focalizzato sul suo periodo “rivoluzionario”, passato sulle barricate di Dresda nel 1849, e anche dall’imbarazzo che la sua visione artistica continuava a provocare nell’ortodossa cerchia musicale dell’epoca, dettata ancora dalle leggi conservatrici della Spieloper tedesca e dal bel canto italiano.
Naturalmente, questa richiesta di ammissione, da parte di Wagner, nella loggia massonica non deve, però, trarre in inganno. Il suo desiderio di entrare in una cerchia di liberi muratori non implica assolutamente che il musicista fosse un massone tout court. Wagner, infatti, al di là di determinate simpatie, si interessò solo a un aspetto dell’universo massonico: l’acquisizione e il disvelamento dei meccanismi ermetici, indispensabili per il suo Bühnenweihfestspiel. Il suo, dunque, fu un problema di conoscenza, di appropriazione teorica della gerarchia massonica, attraverso i segni, le allegorie e le prove simboliche che ogni affiliato doveva affrontare e superare.
Nonostante il rifiuto ricevuto, comunque, il compositore tedesco ebbe modo di stabilire i vari gradi della scala massonica, a cominciare dagli estratti del cerimoniale di settimo grado, Cavaliere Rosa+Croce, corrispondente al diciottesimo grado del Rito Scozzese. Qualche esempio chiarirà meglio questo punto. All’“Inizio del Sovrano Capitolo”, il cerimoniale afferma che il Gran Maestro (il Più Saggio) è seduto sul terzo gradino dell’Altare, con la testa appoggiata su una delle mani. Dà cinque colpi uguali e due più affrettati su un tavolino che si trova al suo fianco e dice: «Assai Rispettabili primo e secondo Cavaliere, che ora è?». Il primo Cavaliere risponde: «La prima ora del giorno». Al che, il Gran Maestro afferma: «È tempo di incominciare il nostro lavoro. Fratelli miei, pieghiamo il ginocchio davanti a colui che ci ha dato l’essere».

Ebbene, chi ha ascoltato il Parsifal sa che nel Vorspiel (da alcuni considerato addirittura una sorta di raga occidentale per via dell’estrema lentezza di tutto il movimento) Wagner ha immesso per due volte un tema solenne, esposto dagli ottoni, composto da cinque note seguite da altre due ravvicinate e con crescente intensità. Negli intenti del compositore tedesco, questo breve passaggio, incredibilmente intenso (tale da suscitare la “commozione” di Nietzsche e crescere il desiderio di “identificazione” con Gesù) avrebbe dovuto rappresentare l’inizio alla “sacralità” di tutta l’opera, al “dramma iniziatico”, così come accade nel cerimoniale massonico. Un inizio della “cerimonia” che viene rimarcato dalle prime parole che Gurnemanz rivolge al risveglio ai suoi scudieri, all’inizio dell’opera: «He! Ho! Waldhüter ihr, Schlafhüter mitsammen, so wacht doch mindest am Morgen!», (“Eh! Oh! custodi della foresta, e, insieme, custodi del sonno, risvegliatevi almeno al mattino!”). Seguito, subito dopo, dal ringraziamento mattutino: «Hört ihr den Ruf? Nun danken Gott, daß ihr berufen ihn zu hören!», (Sentite il richiamo? Ora Dio ringraziate che v’ha chiamati a udirlo!), con Gurnemanz e gli scudieri che s’inginocchiano per recitare in silenzio la preghiera del mattino.
Se questi “segni” indicano che Wagner aveva una chiara conoscenza, seppure derivata, delle tecniche massoniche, al punto di inserirle nella struttura del suo ultimo capolavoro, un altro aspetto di fondamentale importanza è dato da una frase che Gurnemanz, sempre nel primo atto, dice a Parsifal mentre lo conduce nella sala del Graal: «Du sieh’st, mein Sohn, zum Raum wird hier die Zeit» (Vedi, figlio mio, qui il tempo diviene spazio): dietro questa affermazione ermetica e sfuggente, il tempo che si trasforma in spazio, si cela una visione proibita ai profani e, in generale, a coloro che non sono in grado di intraprendere un cammino iniziatico. Il potere immenso del Graal può dominare tutto, perfino il concetto fisico del tempo, che viene assorbito, come da un “sacro” buco nero, dall’estensione infinita dello spazio. Da questo momento, le regole, le leggi, tutto ciò che era stato acquisito dalla materia, simbolo del regno della quantità, viene mutato, subliminato (secondo una visione cara agli alchimisti) in una dimensione più alta, verticale, il cui accesso è garantito solo ai pochi iniziati che ben comprendono il simbolismo e l’ermetismo presenti nell’ultima opera wagneriana.