La boheme, approfondimenti e curiosità sul capolavoro di Puccini
Scritto da Flower   
Giovedì 20 Maggio 2010 14:43

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Il 19 marzo 1893, Ruggero Leoncavallo e Giacomo Puccini s'incontrarono per caso in un caffè di Milano. Da quel momento in poi, i due compositori, che erano stati legati da una certa amicizia, si odiarono per sempre. In quel periodo, ambedue iniziavano, dopo anni di sforzi, a riscontrare i primi successi. I pagliacci di Leoncavallo aveva ottenuto un successo enorme nel maggio dell'anno precedente, e il 1 febbraio 1893, con l'esecuzione della sua terza opera Manon Lescaut, Puccini riuscì a consolidare la sua fama, ponendosi a capo della nuova generazione di giovani musicisti italiani.

 

A quanto pare, durante questo incontro, Puccini accennò a una nuova opera che egli stava componendo, basata su un libretto tratto da Scenes de la vie de Bohème di Henri Murger, una serie di episodi autobiografici uniti insieme piuttosto liberamente, scritta mezzo secolo prima, e quindi ben conosciuta dal pubblico. Leoncavallo, piuttosto seccato, gli ricordò che egli stesso aveva già iniziato a comporre una "Bohème", e che anzi, prima di cominciare, aveva offerto il libretto a Puccini, il quale lo aveva rifiutato. Dal caffè nel quale era iniziata, la lite andò a finire nei giornali. Il giorno dopo, i lettori de "Il secolo" che veniva stampato dall'editore di Leoncavallo, vennero informati del progetto di Leoncavallo, mentre il 21 marzo, il "Corriere della Sera" annunciava l'intenzione di Puccini di comporre la stessa opera. Nel comunicato Puccini suggerì che entrambi scrivessero la propria Bohème, e il pubblico avrebbe poi giudicato. E così fu: benché graziosa sotto molti aspetti, La Bohème di Leoncavallo non riuscì ad entusiasmare gli animi, e non vi fu alcun dubbio sull'opinione del pubblico. Puccini può benissimo essere stato al corrente del progetto di Leoncavallo, in ogni caso quando ebbe luogo la famosa lite, la sua Bohème si trovava già a buon punto.  Dopo un primo slancio di intenso lavoro, alimentato senza dubbio dalla rivalità di Leoncavallo, Puccini sembrò perdere l'interesse per qualche tempo. Nella primavera del 1894 si portò in Sicilia per incontrare Giovanni Verga, il quale aveva già scritto la Cavalleria rusticana, creandone anche una versione teatrale che riscosse parecchio entusiasmo.

 

Evidentemente l'opera che ne aveva tratto il Mascagni, aveva stimolato le idee di Puccini. Verga aveva fatto una versione teatrale anche di un suo nuovo racconto, La lupa, e Puccini studiò a fondo le possibilità per crearne un'opera. Fece persino qualche schizzo musicale, ne parlò lungamente con Verga, e fece parecchie foto di scene e costumi siciliani. Ma al ritorno dalla Sicilia, incontrò sulla nave la Marchesa Gravina, figlia di Cosima Wagner, e sposata ad un nobile siciliano, la quale, dopo lunghe conversazioni, lo convinse che il racconto del Verga non faceva per lui. Poco dopo egli scrisse a Ricordi che nel racconto mancava "una sola figura luminosa". In altre parole mancava una Mimì. Tornò quindi alla Bohème, adattandovi parte della musica che aveva composto per La lupa (in particolare le prime frasi di Rodolfo "Nei cieli bigi"). Riprese a fare il pignolo col testo del libretto, esigendo alcuni cambiamenti. Un atto intero era già stato sacrificato: una scena piuttosto movimentata, ma di nessuna importanza drammatica, che si svolge nel cortile della casa di Musetta; non fu una grave perdita. Il 21 luglio 1894, Puccini scrisse a Ricordi: "In quanto alla "Barriera" (il presente atto terzo) son sempre del mio parere, mi piace poco. Trovo un atto dove di musicale c'è poco: solo la commedia corre, ma non di più (......) desideravo un canovaccio che mi facesse spaziare un po' più liricamente."

Non sappiamo se vennero apportate delle modifiche in seguito a questa lettera, in ogni caso la versione definitiva del terzo atto risultò di una musicalità intensa lasciando ampio spazio per melodie appassionanti. Puccini si lamentò nuovamente: non era d'accordo che i due amanti si separassero sulla scena (per poco non sarebbe andato perso l'addio di Mimì). Mancava un'aria importante per il tenore, e "Che gelida manina" venne inserita quando l'opera era già quasi terminata. Puccini voleva che la Mimì si trovasse già in scena, morente, all'inizio dell'ultimo atto. Con Rodolfo seduto al tavolino che scrive a lume di candela. Il 21 gennaio 1895, Puccini iniziò la strumentazione per il primo atto, che portò a termine il 6 giugno. Lavorò più in fretta con gli atti seguenti, finendo l'ultimo atto il 10 dicembre, a circa sei settimane alla prima. La prima rappresentazione creò nuovi problemi. La Manon Lescaut aveva ottenuto un successo enorme al Teatro Regio di Torino, e Ricordi fu dell'idea di farvi mettere in scena anche la Bohème. Puccini invece fu contrario all'idea perché scontento dell'acustica, ma anche perché, essendo piuttosto superstizioso, non ritenne opportuno sfidare il destino una seconda volta nello stesso teatro. Egli avrebbe preferito un teatro come il Costanzi di Roma, oppure il San Carlo di Napoli, il più lontano possibile dall'ambiente musicale piuttosto difficile e pieno d'invidia di Milano. Inoltre voleva dare la direzione a Leopoldo Mugnone. Finì per spuntarla Ricordi: si tentò di migliorare l'acustica del Regio con qualche accorgimento tecnico, e la direzione venne messa nelle mani del ventinovenne Arturo Toscanini. Ai primi di gennaio del 1896, Puccini si trasferì a Torino per assistere alle prime prove. Il 6 gennaio scrisse a Illica: "Ho trovato Toscanini gentilissimo (......), il baritono è vile...... Il resto (salvo Colline che non ho ancora sentito) va bene".

Quattro giorni dopo, seguì un'altra lettera a Illica: "questo Marcello non va assolutamente". E ad altri amici: " La Bohème va provandosi a tutt'uomo. Temo però che l'andata in scena debba protrarsi, causa qualche artista insufficiente!". Il baritono venne sostituito. La Mimì invece, trovò il suo pieno consenso: si trattava infatti dello stesso soprano, Cesira Ferrani, che aveva creato la prima Manon. Ma nonostante alcune ottime voci, la preparazione attenta di Toscanini e la sua direzione appassionante, l'opera non ebbe grande successo. Anni dopo, Puccini descrisse così la prima a uno dei suoi primi biografi: "Il pubblico l'aveva accolta bene. La critica il giorno dopo ne  disse male. Ma anche quella sera, tra un atto e l'altro, nei corridoi e nel palcoscenico, sentii sussurrare attorno a me: "Povero Puccini! Questa volta ha sbagliato strada! Ecco un'opera che non vivrà a lungo". Risulta comprensibile lo stato d'animo di Puccini, piuttosto depresso in seguito alle critiche spietate. Il più duro dei critici fu Carlo Borsezio, noto giornalista torinese: " La Bohème, come non lascia grande impressione sull'animo degli uditori, non lascerà grande traccia nella storia del nostro teatro lirico, e sarà bene se l'autore, considerandola come l'errore di un momento, proseguirà gagliardamente la strada buona e si persuaderà che questo è stato un breve traviamento del cammino dell'arte". Un'altro critico accennò addirittura alla "abdicazione" di Puccini. Non sarebbe giusto, tuttavia, rendere un'immagine del tutto negativa. Vi fu, infatti, anche qualche recensione favorevole, fatta da scrittori autorevoli, fra i quali Alfredo Colombani del "Corriere della Sera". Egli scrisse: "Puccini ha compiuto un notevole passo sulla via del progresso (......). Il miglioramento nella fattura è sensibilissimo. (......) La musica corre lesta e agile, ora briosa, ora straziante, senza che ci sia concesso di fermarsi per ricercare effetti maggiori di quelli che le situazioni comportino". E un critico genovese scrisse: "Sarò forse ottimista, ma prevedo un giro trionfale di quest'opera". Se da un lato è difficile capire le ragioni per il mancato successo di quest'opera durante le prime settimane, risulta ben comprensibile l'enorme entusiasmo che suscitò in seguito. È diventata l'opera più conosciuta di Puccini, e certamente una delle opere più popolari di tutto il repertorio italiano. Oggi, a novant'anni dalla nascita, il testo presenta ancora una grande freschezza ed esuberanza giovanili, che furono percepite fin dall'inizio dalla sensibilità del Colombani. Innanzitutto, Puccini aveva a disposizione un'ottima trama, ed un ottimo libretto.Il testo è splendidamente equilibrato, e rivela una grande cura dei particolari: l'amore estroverso, quasi esplosivo, di Musetta e Marcello, si trova in pieno contrasto con l'amore più intimo e forse più profondo di Mimì e Rodolfo. Le scene di gelosia non mancano neanche nell'amore di Mimì e Rodolfo, pur svolgendosi discretamente dietro la scena. Schaunard e Colline non sono soltanto elementi di colore: la scena del primo atto, nella quale Schaunard torna con una provvista di viveri, raccontando in modo veramente comico come gli è riuscito di impadronirsene, trova il suo " pendant" nella scena in cui Colline sacrifica il suo amato cappotto per procurare un cordiale nell'ultimo atto. Il primo e l'ultimo atto, ambedue con la medesima scenografia, iniziano con un tono scherzoso, che si trasforma, e diventa serio verso la fine. I due atti centrali si svolgono ambedue all'aperto. Se il secondo atto ci dà l'impressione di uno Scherzo un po' turbolento, il terzo appare sicuramente come un dolce Andante, interrotto soltanto dal battibecco fra Musetta e Marcello, il quale è però di breve durata, e rimane in sottofondo. Questo gioco di equilibri, insieme agli svariati contrasti, si riflette naturalmente nella musica. Puccini cita se stesso, passando da un atto all'altro: egli ripete spesso temi, melodie, o altri frammenti già ascoltati, in modo accattivante.

Atto primo In una misera soffitta

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Quattro giovani amici – il poeta Rodolfo, il pittore Marcello, il musicista Schaunard ed il filosofo Colline – conducono una gaia vita di bohème. I soldi mancano quasi sempre, spesso si digiuna, ma la gioventù e la spen- sieratezza aiutano a superare molti ostacoli. La vigilia di Natale vede Ro- dolfo e Marcello che, infreddoliti ed impossibilitati a lavorare per il gelo che ha invaso la soffitta, sono costretti a bruciare nel caminetto il grosso manoscritto di un dramma di Rodolfo. Rientra Colline, desolato perché ha trovato chiuso il Monte dei Pegni; ma Schaunard, invece, arriva tutto esultante portando del denaro, frutto di un’insolita sua prestazione musicale. I quattro amici decidono di festeggiare la vigilia di Natale con una cena al Quartiere Latino, quando giunge, non gradito, il padrone di casa Benoît a reclamare la pigione dell’ultimo trimestre. Costretto a bere dai turbolenti inquilini, il vecchio si lascia andare ad imprudenti confidenze sulle sue infedeltà coniugali e viene perciò cacciato con alte grida di riprovazione dagli improvvisati moralisti. Marcello, Colline e Schaunard escono; Rodolfo deve attardarsi per finire un articolo di giornale. Mentre il poeta sta scrivendo, fa la sua apparizione Mimì, una dolce e bella grisette che abita in una soffitta dello stesso casamento. Le si è spenta la candela, chiede aiuto a Rodolfo: ma, appena entrata, si sente male e le cadono di mano il candeliere e la chiave di casa. Rodolfo è colpito dal pallore e dalla bellezza della fanciulla. L’aiuta a rimettersi ma, trovata nel buio la chiave, si guarda bene dal restituirla a Mimì: chiamato a gran voce dagli amici impazienti di far baldoria, convince la ragazza ad unirsi a loro. Mimì dolcemente cede. Già innamorati, i due giovani si baciano, poi a braccetto, si avviano giù per la scala.

Atto secondo Al Quartiere Latino.

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Colline ha comprato un vecchio, sdrucito pastrano; anche Schaunard fa acquisti, mentre Rodolfo e Mimì si aggirano fra la folla, felici del loro amore. Il solo Marcello è triste e pensieroso: la bella Musetta, infatti, lo ha abbandonato da qualche tempo per correre dietro a nuovi amori. Rodolfo compra una cuffietta rosa a Mimì e presenta la ragazza agli amici; tutti insieme si siedono ad un tavolo del Caffè Momus ed ordinano una ricca cena. Appare ad un tratto sulla piazza Musetta, elegantemente vestita: le vien dietro Alcindoro, un vecchio pomposo e ridicolo che è il suo amante attuale. Scorto Marcello, la ragazza si siede al tavolo vicino a quello degli amici e dal suo posto lancia frasi maliziose e occhiate eloquenti. Marcello finisce per cedere, una volta ancora, al fascino di Musetta, la quale civetta con lui dopo aver allon- tanato con un pretesto Alcindoro. Passa la banda militare seguita da una gran folla; i due amici si allontanano unendosi alla baraonda generale. Quando Alcindoro torna al suo tavolino, non trova più Musetta ma, in cambio, i due conti da pagare, e cade sopra una sedia allibito.

Atto terzo La Barriera d’Enfer.

In un cabaret vicino, lavora Marcello, ivi alloggiato insieme con Musetta, che dà lezioni di canto agli ospiti. È l’alba: gli spazzini si recano al lavoro, passano carrettieri e lattivendole. Mimì, pallida e sofferente, ha un colloquio con Marcello: la vita con Rodolfo è diventata impossibile, le liti e le incomprensioni sono all’ordine del giorno e la fanciulla non sa più che fare. Nascosta dietro agli alberi, Mimì assiste al colloquio tra Rodolfo – appena sopraggiunto – e Marcello: il poeta accusa Mimì di leggerezza e infedeltà ma poi – dietro insistenza di Marcello – confessa la vera ragione del suo modo d’agire. Mimì è gravemente ammalata e la vita nella fredda ed umida soffitta finirebbe per abbreviarle l’esistenza: è necessaria quindi una separazione. Mimì, dal suo nascondiglio, si lascia sfuggire un singhiozzo, e Rodolfo la scopre. Un appassionato colloquio s’intreccia tra i due amanti, che ricordano con struggente nostalgia tutte le gioie del periodo trascorso insieme. Alle tristi e dolorose parole di Mimì e di Rodolfo si uniscono, ad un certo punto, le frasi pungenti e velenose di Musetta e Marcello: il pittore ha scoperto l’amica mentre civettava con un avventore e le fa una violenta scenata di gelosia, alla quale la ragazza reagisce infuriata. Anch’essi si lasceranno: la vita in comune è diventata un inferno. Mentre Mimì e Rodolfo si avviano verso i loro ultimi giorni di felicità, Musetta continua a lanciare atroci insulti contro Marcello, che rientra nel cabaret furibondo.

Atto quarto Nella soffitta

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Rodolfo e Marcello, da qualche tempo lontani da Mimì e Musetta, ostentano indifferenza e perfetta felicità, ma in realtà pensano e continuamente rimpiangono le amiche perdute. Giungono Colline e Schaunard che recano una magra cena: pane e un’aringa. Simulando un gaio e ricco festino, i quattro buontemponi inscenano una buffa pantomima, ballando e cantando con umoristico brio. Ma l’animata scena è interrotta dall’arrivo improvviso di Musetta, che accompagna Mimì sofferente e semisvenuta. La ragazza è infatti gravissima: sentendo prossima alla fine vuole rivedere il suo Rodolfo e, per strada, ha incontrato Musetta che da tempo la cercava. Rodolfo adagia Mimì sul letto e gli amici si prodigano per recarle qualche conforto: Musetta venderà i suoi orecchini, Colline impegnerà il suo vecchio pastrano. Rimasta sola con Rodolfo, Mimì rievoca i dolci momenti del loro amore e si stringe ancora, con infinita passione, all’unico uomo che ha veramente amato. Rientrati gli amici, Mimì prende con gioia dalle mani di Musetta un manicotto che ella crede dono di Rodolfo e si assopisce quietamente. Musetta prega per la salvezza dell’amica; Rodolfo continua ad illudersi finché il contegno degli astanti gli rivela che Mimì si è spenta. Piangendo, si getta allora sul corpo della fanciulla invocandola disperatamente.

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