L’Accademia di Santa Cecilia ha intrapreso il compito monumentale di presentare a Roma tra la primavera 2010 e l’autunno 2011 l’integrale delle sinfonie di Gustav Mahler in occasione della doppia ricorrenza (150 anni dalla nascita, 100 dalla morte). Il concerto conclusivo della stagione 2009-2010 è stato dedicato alla monumentale e grandiosa Terza Sinfonia in re minore, una delle sinfonie più amate dal pubblico romano, ascoltata all’Accademia ben nove volte nell’ultimo quarto di secolo. Mahler nacque in Boemia nel 1860 e si costruì una prima carriera a cavallo tra l’impero tedesco (sempre più dominato dalla Prussia) e la monarchia austro-ungarica.
Si stabilì a Vienna proprio mentre un secolo stava per terminare e l’altro per iniziare e si esiliò a New York per fuggire dagli intrighi di una società già sul punto suicidarsi con la Prima guerra mondiale. Rientrò a Vienna solo in tempo per morirvi, nel 1911. In sintesi, Mahler esprime la crisi della cultura occidentale a cavallo tra due epoche. Crisi molto presente proprio nella Terza delle sue sinfonie, la più prossima, per struttura e contenuto, a un dramma in musica.
Mahler partecipò attivamente ai movimenti culturali più nuovi e tormentati del suo periodo, in primo luogo la “secessione” in architettura e nelle arti figurative. Ben lo raffigurano le riproduzioni di Klimt nel cofanetto fine anni Sessanta dei 14 long-playing delle sinfonie dirette da Kubelik alla guida dall’orchestra della radio della Baviera. Avido lettore di Dostojevsky, di Nietzche e, ovviamente, di Goethe, e accompagnato da una vita interiore complessa (da una conversione di maniera al cattolicesimo al complicato rapporto con la giovane e bellissima moglie Alma Schindler), Mahler rappresenta più di altri le difficoltà dell’intellettuale mitteleuropeo agganciato a un passato sul punto di scomparire e rivolto verso un futuro da contenuti e contorni ancora non definiti. A titolo di raffronto, anche Richard Strauss fu espressione di una crisi di transizione, almeno sino ad “Elektra”. Già con il “Rosenkavalier” mostrò di avere meravigliosamente metabolizzato il passaggio del tempo. Con “Ariadne auf Naxos” e “Die frau ohne Schatten” (rispettivamente, trionfo dell’eros sulla morte e inno alla paternità e alla maternità ) dimostrò di aver superato ogni tremore e di essere tra gli intellettuali del XX secolo che guardavano con una punta di ironica melanconia al XIX. Si era al crepuscolo degli stati nazione e degli imperi multinazionali. Il centro della politica, dell’economia e dell’intellighenzia cominciava a spostarsi dall’Europa all’altra sponda dell’Atlantico.
Poco più di due anni fa, l’Accademia di Santa Cecilia affidò la direzione della Terza a Gustavo Dudamel. Oggi il viennese Christian Arming è corso a sostituire il finlandese Mikko Franck, ammalato. Sia Dudamel, sia Arming che Franck sono giovani. Arming si avvicina ai 40 anni, Dudamel e Franck sono attorno ai 30. Arming ha dato una lettura molto differente da quella di Dudamel: elegante, composta, quasi cesellata con attenzione a sottolineare le sfumature ed il braccio sinistro contenuto, simile se si vuole a quello di un Solti o di un Kubelik, distante dall’impetuosità e quasi sensualità del più giovane collega venezuelano. Lo si avverte sin dall’esordio della lunga (35 minuti) e complessa prima parte. L’inizio è robusto, ma, successivamente, Arming scivola, volutamente, in un lirismo molto delicato che quindi fa notare ancora di più l’annuncio delle varie marce (da quella funebre e quella festosa e vagamente sguaiata) che si intrecciano prima dell’allegro moderato con cui si chiude il movimento. Impeto, lirismo e intreccio di marce esaltano il panteismo al centro specialmente della prima parte della sinfonia.