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Beethoven scrive il Concerto per violino e orchestra nel 1806, dedicandolo ad un suo amico dei tempi di Bonn: Stephan Breuning. In realtà la vera ragione alla base della composizione del concerto fu la presenza a Vienna del violinista Clement, che appunto eseguì il concerto per la prima volta il 23 dicembre 1806. Il concerto fu scritto tra la Quinta e la Sesta Sinfonia, praticamente in contemporanea con il Quarto Concerto per pianoforte e nei paraggi del Fidelio e dell’Appassionata Op. 57. Il concerto non infiammò il pubblico nelle prime esecuzioni e lo stesso Clement non ne apparve entusiasta. Nei confronti di Clement Beethoven nutriva una grandissima ammirazione, ma il violinista ridusse la pagina a mero pretesto per mettere in bella mostra le sue innegabili doti virtuosistiche, interrompendone di continuo l'esecuzione per improvvisare con il violino alla rovescia. Assai apprezzato all'epoca, il virtuosismo funambolico di Clement finì però col far passare in secondo piano le qualità artistiche del Concerto di Beethoven, che presto venne così dimenticato. Occorre aspettare l’ esecuzione di Joachim con Mendelsohnn nel 1844, ripresa dieci anni dopo con la collaborazione di Robert Schumann perché il concerto abbia il riconoscimento che merita.
Il concerto, in linea col Quarto Concerto per pianoforte e Orchestra, persegue un ideale di intimismo espressivo che la natura eminentemente vocalistica del violino sembra evocare in senso lirico. Questo carattere, già presente nel primo movimento, si accentua nel secondo dove alla voce del violino di affiancano quelle dei corni, del clarinetto e del fagotto in una sequenza di dialoghi pieni d’incanti di musica e misteriosa poesia (Carli Ballola) . Il larghetto, che sembra anticipare le pagine empiree e contemplative dell’ultimo Beethoven, sfocia in un allegro e popolaresco Rondò in tono di ballata.
E' una composizione che condivide con altre dell'epoca - terzo, quarto e quinto Concerto per pianoforte ed orchestra - identica struttura: si legge una certa tendenza ad imporre la grande presenza sinfonica ma anche un disegno formale che non presenta il dialogo tra solista e orchestra da subito come un elemento già formato bensì ne traccia un'evoluzione.
Il violino - come altrove il pianoforte - non appare subito protagonista, al contrario la sua presenza avanza con l'avanzare delle battute, muove dal commento fino a raggiungere l'enfatico, esaltante protagonismo.
Esistono molte interpretazioni sul messaggio che Beethoven avrebbe voluto dare attraverso questo concerto, ma credo alla fine che quello che rimanga siano le emozioni che l’ascolto di questa musica genera in noi: un brano dal respiro universale, assoluto, al di fuori di spazio e tempo, musica pura. Un luogo in cui rifugiarsi nei momenti di dolore e buio, così come di gioia e luce; un approdo sicuro nel profondo del nostro spirito.
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